Cultura digitale e “Nuovi analfabetismi”

OLE Officina di Letteratura Elettronica

Centro di ricerca sulla cultura e linguaggi elettronici e digitali

epistemologia della cultura digitale

Nuovi analfabetismi

di Lello Masucci

Per realizzare un lavoro di Letteratura Elettronica[1] c’è bisogno di competenze specifiche:

La conoscenza di linguaggi che il computer riesce a comprendere (per esempio: Python, Java, Javascript, html, sql, xml, actionscript, ajax, C, C++ ecc.)
La conoscenza di svariati sistemi operativi legati alla diversità delle piattaforme su cui viene utilizzato la LE.
La conoscenza di dispositivi elettronici che sono alla base delle comunicazioni e la loro implementazione all’interno di percorsi estetici.
La conoscenza delle reti di comunicazione tra dispositivi e principalmente Internet.
La conoscenza dei processi di trasformazione legati alla creazione di prodotti artistici.

Ogni lavoro di LE è costituito da scene, eventi, comportamenti, azioni, oggetti (tra gli oggetti c’è anche il testo). Attraverso questi concetti si implementano attività di input, output, networking che sono alla base della realizzazione di ogni prodotto di LE. Questi speciali prodotti, che danno origine alla cultura digitale e all’arte digitale (la vera arte contemporanea), risultano progettati attraverso sceneggiature, storyboard e flow-chart che ne mettono in evidenza i processi, le possibilità, le trasformazioni per ottenere risultati attraverso le relative interfacce utente che permettono l’interazione tra l’uomo e la macchina. Tali documenti sono propedeutici alla creazione di LE e ne rappresentano la pelle. L’interfaccia presenta, nella sua espressione grafica, oggetti che rendono possibili gli scopi del programma. Tutto ciò che appare durante l’uso del programma costituisce la parte visibile dell’opera, ma tale parte visibile è possibile solo se esiste una parte invisibile che produce sia l’interfaccia che il motore del programma: cioè il listato di programmazione che regola l’input e l’output del sistema digitale (computer). Questi listati di programmazione possono essere considerati come i sottotesti del prodotto digitale.

Dunque il sottotesto è costituito nella LE dai listati di programmazione che sono al di sotto della parte visibile delle opere. Questi sottotesti hanno una loro propria estetica che individua nuovi percorsi della poesia e dell’arte contemporanea. Il poeta digitale deve conoscere il linguaggio di programmazione che è sottostante (sottotesto) all’opera. La LE, oggi rappresentata in massima parte dal digitale, ha come condizione necessaria e sufficiente che ciò che è visibile nasca da ciò che non è visibile, da qui la ragione della sua estetica e della sua poeticità. Non è possibile, quindi, che si possa avere una idea di LE senza conoscere i linguaggi che sottostanno alla sua creazione. Questa ignoranza è, oggi, diffusa sia tra gli studiosi che tra gli stessi artisti, i quali molto spesso per realizzare le loro opere si devono avvalere di tecnici: è come dire che un pittore, per esempio, del suo quadro ha realizzato solo l’idea, mentre l’opera l’ha lasciata realizzare ad un tecnico. Questo comportamento, che forse era accettato qualche decennio fa, oggi è improponibile, in quanto l’arte si è tanto avvicinata alla scienza da essere considerata essa stessa un mezzo per la conoscenza. Lo stesso fenomeno dell’arte concettuale considera il concetto come opera, e solo in conseguenza del mercato si è legato il concetto a qualcosa di materiale e vendibile: foto, scritto, registrazione video, o audio. Ma tali prodotti sono solo di documentazione di un evento artistico concettuale che deve per sua definizione rimanere unico, irripetibile e solo documentabile. Il documento dunque diventa l’opera, in ragione delle trasformazioni indotte da una cultura che privilegia il mercato su tutte le manifestazioni umane. I sette punti di Kaprow, per esempio, sono indicativi di questa mistificazione operata dal mercato. Dunque l’arte concettuale non significa che io penso e un altro trasforma il mio pensiero in opera, ma che il mio pensiero è già a tutti gli effetti un’opera. Dunque tutte le opere d’arte sono state realizzate da persone che conoscevano bene e meglio di qualsiasi altra persona i linguaggi usati per realizzarle. Sarebbe veramente strano pensare che Dante Alighieri non conoscesse la lingua italiana, o che Pirandello fosse completamente analfabeta, tanto da chiamare qualcun altro a mettere per iscritto in italiano i suoi racconti, romanzi, drammi teatrali.

Oggi viviamo un tempo di transizione storica in cui i linguaggi stanno trasformandosi ed ibridandosi. Le trasformazioni delle lingue parlate attraverso la loro utilizzazione elettronica, vedi, un esempio fra tutti, l’argot usato dai giovani nella messaggistica cellulare, pongono in essere nuove parole e nuove ipotesi grammaticali e sintattiche tali da diventare, attraverso un uso ormai diffuso, vere e proprie trasformazioni della lingua parlata e scritta. Anche quelle letterature elettroniche, legate in special modo all’evoluzione del digitale, presentano, già nella parte visibile, costanti cambiamenti di forma, sostanza e contenuto, e a questi cambiamenti fanno riscontro cambiamenti interni ai sottotesti di cui facevamo riferimento all’inizio del presente articolo. Le lingue tradizionali cambiano, come cambiano i linguaggi che costituiscono il sottotesto del linguaggio elettronico, cioè tutti quei linguaggi definiti di programmazione: Python, Perl, C, C++, Java, JavaScript, Ruby, HTML, XML, PHP ecc. Per quanto tra questi si possano annoverare molteplici diversità, c’è comunque una logica comune che fa di ciascuno di loro un dialetto. E questa logica comune resta pressoché immutata. La conoscenza di questi linguaggi rappresenta oggi la conoscenza della lingua universale che è alla base della LE e in special modo di quella digitale. La non conoscenza degli stessi pone in essere nuovi analfabetismi che minano il cammino della cultura dell’umanità.

Ciascuno deve essere in grado di capire i listati di programmazione e, grazie alla programmazione ad oggetti, riuscire a riutilizzare brani di listati per le proprie applicazioni. L’open source pone la possibilità di accedere ai sorgenti dei programmi dando possibilità infinite a tutti.

C’è stato un momento in cui i pionieri del web dovettero imparare l’HTML per poter creare le prime opere, ma non si può pensare che oggi si possa vivere di rendita su un linguaggio che si evolve e si coniuga con altri. Nessuno può oggi pensare di non conoscere i fondamenti dei linguaggi di programmazione e di essere, ciononostante, un artista digitale (e/o elettronico) o un teorico della Letteratura Elettronica e della cultura digitale.

OLE Workshop of Electronic Literature
Research Centre on electronic and digital culture and languages
epistemology of digital culture

New illiteracy

by Lello Masucci

To make a work of Electronic Literature (LE) there is need of specific skills:

1. The knowledge of languages ​​that the computer can understand (eg Python, Java, Javascript, html, sql, xml, actionscript, ajax, C, C + + etc.).
2. The knowledge of various operating systems connected to the diversity of platforms on which LE is used.
3. The knowledge of electronic devices that are the basis of communications and their implementation within aesthetic paths.
4. The knowledge of communications networks between devices and primarily Internet.
5. The knowledge of transformation processes connected to the creation of artistic products.

Each job of LE consists in scenes, events, behaviors, actions, objects (among objects there is also the text). Through these concepts are implemented activities of input, output, networking that are the basis for achievement of each product LE. These special products, which give rise to digital culture and digital art (the true contemporary art), are designed through scripts, storyboards, and flow-chart that show their processes, opportunities, changes to achieve results through user interfaces that enable interaction between man and machine. These documents are preliminary to the creation of LE, and symbolize skin. The interface shows, in its graphic expression, objects that make possible the goals of the program. Everything that appears when using the program is the visible part of the work, but the visible part is only possible if there is an invisible part that produces both the interface that the engine of the program: that is, the listing of programs that regulates the input and output of the digital sistem (computer). This listing of programming can be seen as the subtext of the digital product.

So the subtext is formed in the LE from the listing of programs that are below the visible part of the works. These subtexts have a their own aesthetic, which identifies new trends of contemporary art and poetry. The digital poet must know programming language that is situated underlying (subtext) to the work. The LE, represented today largely by digital technology, has the necessary and sufficient condition that what is visible arises from that which is not visible, these is the reason of his aesthetic and his poetry.

It is not possible, then, that we can get an idea of LE without knowing the languages that underlie its creation. This ignorance is today widespread both among scholars that among the artists themselves, who often to fulfill their products must to employ technicians: it is like saying that a painter, for example, has made of his painting only the idea, while he left the work to a technician. This behavior, that perhaps it was acceptable a decade ago, today it is impossible, because the art is so similar to science that it is considered by itself a means of knowledge. The same phenomenon of conceptual art considers the concept as work, and only in consequence of the market the concept is linked to something of material and saleable: photos, writings, recording video or audio. But these products are only documentation of a conceptual art event which must by definition be unique, unrepeatable and only documentable . Therefore the document then becomes the work, because of changes brought about by a culture that privileges the market over all human manifestations. The seven points of Kaprow, for example, are indicative of this hoax made by the market. So conceptual art does not mean that I think and another transforms my thoughts in work, but my thoughts are already my work. So all the works of art were created by people who knew better than any other person the languages used to implement them.

It would be really strange to think that Dante Alighieri did not know the Italian language, or that Pirandello was completely illiterate, so that it was necessary to call someone else to write in Italian his stories, novels, plays.

Today we live in a time of historic transition in which the languages are changing and becoming hybrid. The transformation of the languages spoken owing to their electronic use creates, for example, all the slang used by young people in mobile messaging, new words and new approaches grammar and syntactic such to become, through their widespread use, real transformation of the language spoken and written. Even those Electronic Literatures, especially related to the evolution of digital technology, show already in its visible part, constant changes of form, of substance and content, and these changes correspond to internal changes to the subtext of which I referred to the beginning of this article . The traditional languages are changing, so as the languages that form the subtext of the electronic language, that is all those languages defined programming, are changing : Python, Perl, C, C + +, Java, JavaScript, Ruby, HTML, XML, PHP and so on. Even if many of these may have various diversity, however there is still a common logic that makes each one of them a dialect. And this common logic remains almost unchanged. The knowledge of these languages is now the universal language that is the basis of the LE and especially of that digital. The lack of knowledge of them could be the new illiteracy that undermines the way of the culture of humanity.

All must be able to understand the listings of programming, and thanks to object-oriented programming, they are able to reuse pieces of listing for their applications. The Open source gives the possibility of access to the program source, giving endless possibilities for everyone.

There was a time when the pioneers of the Web had to learn HTML to create the first works, but you can not think that today we can live on a private income on a language that evolves and combines itself with others. No one can now think of not knowing the basics of programming languages and to be, nevertheless, a digital artist (and / or electronic) or a theorist of Electronic Literature and digital culture.

[1] Da questo momento indicheremo la Letteratura Elettronica con “LE”.

Breve viaggio verso la definizione di Letteratura Ibrida

OLE Officina di Letteratura Elettronica

La Letteratura ibrida.
Breve viaggio verso una sua definizione.
di Lello Masucci
Viviamo un’epoca di transizione. Si passa dall’analogico al digitale, aprendo l’epoca del post-elettronico. I linguaggi mutuano la parola scritta con quella dedotta da immagini fisse e in movimento. Gli alfabeti si estendono, le lingue si contaminano tra loro e con i dialetti creando un nuovo concetto di cultura: la multicultura.
Nasce la Letteratura ibrida.
Questo concetto vuole mettere in discussione non solo l’idea che la letteratura sia migliore sotto l’influenza di una tradizione sola, ma anche l’idea che solo la tradizione possa creare letteratura. La “LI”[1] usa diverse lingue di diverse tradizioni miscelandole con linguaggi altri del contemporaneo. L’italiano, il francese, l’inglese, lo spagnolo (comunque questo è un fenomeno che si riscontra in tutte le lingue parlate) e le loro letterature tradizionali stanno prendendo sempre più l’apparenza e la consistenza di lingue morte. Ciò specialmente tra le nuove generazioni più avvezze all’introduzione di nuovi linguaggi di provenienza elettronica, post-elettronica e digitale. Le lingue parlate stanno diventando per questi giovani come il latino e il greco di quando noi eravamo giovani. Lingue morte.
Le grandi migrazioni di popoli stanno intrecciando culture e linguaggi che a loro volta si intrecciano con le lingue nazionali, regionali, locali producendo lingue ibride che danno vita a culture nuove, a nuovi modi di considerare e rapportarsi al mondo circostante. In questa trasformazione le culture tradizionali, anziché essere completamente soppiantate, si incuneano nei nuovi intrecci linguistici producendo ulteriori mutazioni. Il concetto di ibridismo diventa di uso comune in una società multietnica, multiculturale, multireligiosa. “Le arti figurative e la letteratura, la linguistica e l’antropologia, la sociologia e la religione, come pure le scienze naturali, denunciano la presenza emergente e l’influenza sempre maggiore dell’ibridismo nel discorso culturale del nostro tempo. Il fenomeno, in quanto tale è tutt’altro che nuovo, poiché l’ibridazione è un processo comune a tutte le culture umane, anche se è stato inizialmente osservato nel contesto della vita organica, animale e vegetale. Il termine indica una deviazione dalla norma della genealogia, una mescolanza, un incrocio, e quindi il risultato di un processo di ibridazione: insomma, una combinazione di elementi appartenenti a sistemi diversi, che, estrapolati dal contesto e mescolati, hanno generato un organismo o un prodotto, nuovi e “creolizzati”. Dalla biologia alla genetica il termine è stato esteso […] al linguaggio. Oggi esso copre un’ampia gamma di combinazioni che sono frutto dell’immaginazione umana[2].
Ciò accade anche nel linguaggio usato dai nostri giovani nella “messaggistica cellulare”, accade nell’estendersi della possibilità di produzione di immagini-segnale[3] che attraverso la rete, da Youtube ai social network come Facebook o myspace, diventano mezzi specifici di comunicazione e quindi fondano nuove grammatiche e nuove sintassi per nuovi linguaggi. Ciò accade ancora e da molto più tempo, con la cartellonistica pubblicitaria dove l’ibridazione tra parola scritta e immagine è fortemente comunicante. Negli spot pubblicitari della televisione, che sebbene inneggiano ad una deprecabile società dei consumi, rappresentano in molti casi il prodotto migliore della televisione stessa, e in cui la parola scritta questa volta si coniuga ibridandosi con quella parlata e con immagini fisse e in movimento, con suoni e musiche, testimoniando l’esistenza dell’ibridismo nei prodotti elettronici ancor prima di quelli digitali. Le pagine web sono esse stesse delle forme di ibridazione tra parole e immagini fisse e in movimento, immagini che sono in tutti questi casi “frammenti di realtà in presa diretta, vis-à-vis, in modalità tale e quale, ovvero secondo il principio dell’analogon”[4].
La fase che stiamo vivendo all’interno della nostra storia culturale, in movimento verso la globalizzazione totale in ogni angolo del pianeta, offre aspetti che di fatto appaiono attraenti anche esteticamente e culturalmente: e tra essi spicca l’ibridismo[5]
Svariati sono gli esempi di ibridazione in letteratura, spesso dovuti alla deterritorializzazione in atto. Itala Vivan, professore di studi culturali postcoloniali all’Università degli studi di Milano, cita a tale proposito l’apertura de “The Budda of Suburbia”[6] per portare un chiaro esempio di collegamento tra immigrazione e ibridazione. Hainif Kureish dice: “Mi chiamo Karin Amir, sono inglese di nascita e d’educazione, o quasi. Vengo spesso considerato uno strano tipo d’inglese, una nuova razza, sorta da due storie antiche. Non me ne curo, inglese sono (pur non andandone fiero), della periferia di Londra sud, da qualche parte diretto. E’, forse, la bizzarra mescolanza di continenti e di sangue, qui e lì, di appartenenza e non appartenenza a rendermi irrequieto e facile alla noia. O è, forse, l’essere cresciuto in periferia, la causa. Ad ogni modo perché ricercarne l’intima ragione quando basta dire che ero a caccia di guai, di qualunque sorta di movimento, azione od interesse sessuale fossi in grado di trovare, poiché era tutto così triste, così lento e pesante, a casa nostra, non so perché. Francamente tutto mi deprimeva ed ero pronto a qualunque cosa”. Dunque esiste una correlazione stretta tra migrazione e ibridazione dei corpi, delle abitudini, delle culture, dei modi di vivere il mondo e i rapporti tra persone su un determinato territorio.
[…] La letteratura dei migranti è giunta nello spazio ibrido. L’esistenza dei migranti viene innalzata in senso esistenziale ad una metafora dell’esistenza dell’individuo, inserito nelle condizioni di un mondo postmoderno. La migrazione come esperienza reale viene trasformata in senso metaforico e interpretata nell’accezione di “situazione esistenziale della peregrinazione, del passaggio, dell’ibridità […] cioè in quanto universalità del mondo globalizzato[7]. Tutto ciò non può che riflettersi sulla letteratura come prodotto dei rapporti di comunicazione tra gli invidui e tra questi e la realtà circostante considerata non solo come globale, ma anche locale. Non solo i concetti di globalizzazione, deterritorializzazione, migrazione ponendo problemi di linguaggio creano situazioni in cui prolifera la “LI”, cioè una letteratura costituita da lingue che si mescolano a tal punto da dare origine a parole composte da più lingue per significare cose che possano essere intese da individui di diversa origine.
Nel nostro viaggio attraverso una possibile definizione di “LI” nella cultura contemporanea, non possiamo non ritenere importante l’analisi delle tecniche tipografiche[8] che hanno prodotto nei casi di estetizzazione più avanzata gli esiti della poesia visiva, che può essere considerata a ragione una ibridazione tra testo letterario tradizionale e uso fantasioso e immaginifico della tecnica di stampa. Né si può non citare il caso della Biblioteca ibrida, termine da qualche anno entrato nella letteratura professionale, e con cui s’intende una struttura in cui le nuove risorse informative digitali e le tradizionali risorse a stampa coesistono al fine di costituire un servizio di informazione integrato. “Scopo della biblioteca ibrida è quello di incoraggiare l’utente a servirsi della miglior fonte di informazione disponibile, indipendentemente dal suo formato: un modello di biblioteca dunque dove la logica destinata a prevalere è quella della molteplicità e pluralità delle fonti e dei supporti in una strategia che porta ad affermare la centralità dell’utente e delle sue esigenze.
E’ in questo ambito che credo si giocherà nel contemporaneo la “LI” con prodotti che pur partendo dal libro tradizionale attraverso indicazioni portino il lettore dentro e fuori la rete internet attraverso una complessa teoria di percorsi che saranno scelti dal lettore stesso su un tappeto rizomatico di possibilità.
[1] Da ora in poi col significato di Letteratura Ibrida.
[2] Itala Vivan, “Estetica e differenza”.
[3] Paolo Granata, Arte, estetica e nuovi media, Fausto Lupetti Editore, Bologna 2009
[4] Paolo Granata, ibid. pag 140.
[5] Itala Vivan, ibid.
[6] Hainif Kureish, “Il Budda di periferia”
[7] Michael Hofmann
[8] Vedi anche: Roberto Calasso L’editoria come genere letterario.
Articolo comparso su Adelphiana, pubblicazione permanente, Adelphi edizioni (Milano, 2002).

Letteratura ibrida e ibridismo

di Lello Masucci

Viviamo un’epoca di transizione. Il digitale si sta affermando, ma esistono ancora sacche di analfabetismo. L’elettronica ha avuto successo ma molti non la usano perché non sanno usarla. La capacità dell’uomo di vivere più a lungo ha creato la dilatazione dei tempi della trasformazione. Il numero dei vecchi aumenta procurando l’incapacità di essere in corsa con i tempi della scienza. Per questo motivo i linguaggi attraversano uno stadio di ibridismo che diventa lo stato costante per periodi tanto lunghi da superare di molto il progredire delle scoperte e delle invenzioni tecnologiche. Il moltiplicarsi delle immigrazioni da paesi poveri verso paesi ricchi, in buona parte dovuti alla tendenza del capitalismo a mantenere immobili le diversità di ricchezza esistenti tra gli uomini, le popolazioni e i continenti, sta creando incroci di relazioni, linguaggi, religioni. Questo stato di cose pone in essere un nuovo modo di considerare le relazioni, le comunicazioni, i linguaggi che ad esse si relazionano e l’arte viaggia ormai su autostrade parallele a quelle della scienza. Una società composta da molteplici culture, molteplici modi di considerare la vita e la filosofia della vita, conducono all’affermazione di un nuovo modo di esistere, relazionarsi, comunicare: l’ “Ibridismo”.

L’ “Ibridismo” è una filosofia che investe tutte le forme del vivere civile oggi. L’arte ne è fortemente influenzata. La prima cosa che scompare nell’ibridismo e la divisione in discipline dell’arte: non esiste più scultura, pittura, fotografia, video, cinematografia, teatro… C’è un solo modo di essere artista oggi: artista è chi utilizza una molteplicità di media, da quelli analogici a quelli digitali, per esprimere progetti e idee che vanno a creare un grosso tessuto connettivo, di forma rizomatica, teso al cambiamento della società. L’ “Ibridismo” tende ad autodistruggersi nella sua coniugazione. Tende a creare un nuovo tessuto sociale nel quale si innerveranno nuovi rapporti, nuove relazioni e nuove comunicazioni, dove il prodotto artistico, fin qui inteso come oggetto funzionale al mercato, tende a cambiare valore e significato.

Posted in Scritti teorici by Lello Masucci. 39 Comments